La fine della Prima guerra mondiale lasciò il Regio Esercito Italiano profondamente trasformato. Milioni di uomini erano stati mobilitati e il Paese si trovava ora davanti al difficile compito di sciogliere le divisioni di una forza armata diventata enorme durante il conflitto e di riportarla alle dimensioni necessarie per il tempo di pace.

Per comprendere l’evoluzione delle truppe sabaude e il confronto con l’esercito austro-ungarico, consulta la sezione storica “Dalle Origini alla Grande Guerra” .

Vista posteriore dell'equipaggiamento del Regio Esercito con zaino, coperta affardellata, vanghetto e fucile.
Una lunga colonna di soldati del Regio Esercito Italiano presi prigionieri durante la seconda guerra mondiale.

Il primo dopoguerra e la riorganizzazione dell’arma dell’esercito regio

Il primo dopoguerra in Italia fu caratterizzato da difficoltà economiche e sociali, che resero complessa la riorganizzazione delle divisioni del Regio Esercito.

Tra il 1919 e i primi anni Venti vennero quindi adottati attraverso riforme militari diversi provvedimenti per ridurre gli organici e adattare la struttura militare dell’esercito regio alle nuove condizioni del Paese.

Nel 1920 fu introdotto un primo ordinamento provvisorio del Regio Esercito, mentre nel 1922 il maresciallo Armando Diaz promosse una nuova riorganizzazione. L’obiettivo era rendere l’esercito più equilibrato e sostenibile rispetto alle dimensioni raggiunte durante la guerra, mantenendo però una struttura capace di essere rapidamente ampliata in caso di mobilitazione.

L’ascesa al potere del fascismo nel 1922 aprì una nuova fase per le forze armate. Le forze armate regie rimasero formalmente alle dipendenze dello Stato e della monarchia, ma il regime ne modificò progressivamente organizzazione e ruolo. Nel 1926 una nuova riforma, legata a Pietro Gazzera e Alberto Bonzani, razionalizzò comandi e servizi. L’organizzazione militare fu poi ulteriormente modificata fino alla riforma del 1933.

Il Regio Esercito durante il regime fascista

Nel corso degli anni Venti e Trenta, il Regio Esercito durante il fascismo fu progressivamente inserito nel sistema politico e istituzionale del regime.

Il rapporto tra esercito e fascismo rimase tuttavia caratterizzato da una certa complessità. Il Regio Esercito conservò infatti una propria struttura gerarchica e professionale e rimase legato alle istituzioni monarchiche, mentre parallelamente il regime cercava di costruire un sistema militare e politico sempre più integrato nei principi dello Stato fascista.

Sul piano militare, gli anni Trenta furono caratterizzati da una crescente attenzione verso la modernizzazione dell’artiglieria e dell’equipaggiamento delle truppe e armate regie. L’esperienza della Prima guerra mondiale aveva dimostrato l’importanza dell’artiglieria, delle mitragliatrici e dei mezzi motorizzati, mentre lo sviluppo dell’aviazione e dei mezzi corazzati stava modificando rapidamente il modo di concepire la guerra.

Il Regio Esercito cercò quindi di introdurre nuove tecnologie e nuove specialità. Vennero potenziate le unità motorizzate e corazzate, mentre furono sviluppati mezzi come i carri veloci e i primi carri armati italiani. La modernizzazione rimase però condizionata dalle limitate risorse industriali ed economiche del Paese e dalla difficoltà di sostituire rapidamente l’enorme quantità di armamenti ereditati dalla Prima guerra mondiale.

Anche l’uniforme e l’equipaggiamento del soldato vennero progressivamente modificati. Dopo una serie di cambiamenti introdotti negli anni Venti, nel 1933 venne avviata una riforma più organica delle uniformi dell’esercito regio italiano, che avrebbe portato alla progressiva sostituzione dei modelli precedenti. La celebre divisa regia in grigioverde (già in uso dal 1908) fu completamente ridisegnata, con l’introduzione della giubba a colletto aperto e della nuova bustina.

Il Regio Esercito alle soglie del 1940

Negli anni Trenta il Regio Esercito italiano fu impegnato in importanti conflitti. Nel 1935 iniziò la guerra d’Etiopia, che portò alla conquista di Addis Abeba nel 1936, anche se la resistenza etiope continuò negli anni successivi. Dal 1936 al 1939 l’Italia partecipò anche alla guerra civile spagnola a sostegno di Francisco Franco. Queste esperienze permisero all’esercito italiano di acquisire esperienza militare, ma misero in evidenza anche alcuni limiti organizzativi e tecnologici.

Alla vigilia della Seconda guerra mondiale il Regio Esercito disponeva di un’organizzazione molto più articolata rispetto a quella del 1915. Accanto alla tradizionale fanteria erano presenti reparti alpini, bersaglieri, cavalleria, artiglieria, genio, truppe motorizzate e unità corazzate.

La modernizzazione, però, non era stata completata. L’esercito disponeva ancora di una grande quantità di armamenti progettati o prodotti negli anni precedenti e soffriva di una certa carenza di mezzi moderni, soprattutto nel settore dei carri armati, dell’artiglieria controcarro, delle comunicazioni e dei trasporti.

Il problema divenne particolarmente evidente quando l’Italia entrò nella Seconda guerra mondiale.

Il 10 giugno 1940 l’Italia dichiarò guerra a Francia e Regno Unito.

Fotografia d'epoca di soldati del Regio Esercito in Africa con casco coloniale intorno a una cucina da campo.

Il Regio Esercito e l’inizio della Seconda Guerra Mondiale

Il Regio Esercito sin dall’inizio della Seconda Guerra Mondiale fu immediatamente impegnato su più fronti.

Le prime operazioni si svolsero sulle Alpi occidentali contro la Francia, mentre nel giro di pochi mesi il conflitto si estese ai Balcani, all’Africa Settentrionale e Orientale e, successivamente, al fronte orientale. La moltiplicazione dei teatri operativi rappresentò una delle principali difficoltà dell’apparato militare italiano. Le forze disponibili dovevano essere distribuite su territori enormemente distanti tra loro, con conseguenti problemi di rifornimento, trasporto e coordinamento.

In Africa Settentrionale le truppe regie italiane combatterono contro gli inglesi e poi insieme ai tedeschi dell’Afrika Korps. Dopo diversi scontri, le forze italo-tedesche si ritirarono in Tunisia, dove si arresero nel maggio 1943. In Africa Orientale Italiana, invece, le truppe italiane del re rimasero isolate e resistettero per mesi all’offensiva britannica, fino alla caduta delle ultime posizioni di Amba Alagi e Gondar.

Nel frattempo, nell’ottobre 1940, l’Italia aveva aperto un nuovo fronte attaccando la Grecia dall’Albania. L’offensiva incontrò una forte resistenza e l’esercito greco passò al contrattacco. Nel 1941 l’intervento tedesco nei Balcani modificò nuovamente la situazione e portò alla sconfitta della Grecia e della Jugoslavia.

Il Regio Esercito rimase inoltre impegnato per tutta la guerra nei territori occupati dei Balcani, dove dovette affrontare anche una crescente attività partigiana.

Mostrina e spallina con fregio dei carristi del Regio Esercito Italiano sulla giacca dell'uniforme.

Il fronte orientale e la ritirata regio esercito italiano dalla campagna di Russia

Nel 1941, durante la Seconda Guerra Mondiale, l’Italia decise di partecipare alla guerra contro l’Unione Sovietica a fianco della Germania, inviando le truppe del Regio Esercito sul fronte orientale.

Fu costituito inizialmente il Corpo di Spedizione Italiano in Russia, successivamente ampliato fino a formare l’8ª Armata dell’esercito regio, conosciuta anche come ARMIR.

Le unità regie italiane furono schierate lungo il Don e affrontarono condizioni ambientali estremamente difficili. Durante l’inverno 1942-1943 l’offensiva sovietica provocò il crollo dello schieramento dell’Asse e costrinse le divisioni italiane a una lunga ritirata attraverso la steppa.

La campagna di Russia rappresentò una delle più gravi tragedie militari italiane della Seconda guerra mondiale. Decine di migliaia di soldati morirono, furono feriti o vennero catturati durante le operazioni e la ritirata.

La crisi del 1943 e l’8 settembre

Nel 1943 la situazione militare italiana era ormai gravemente compromessa.

Lo sbarco alleato in Sicilia, iniziato nel luglio 1943, portò rapidamente il conflitto sul territorio nazionale. Il 25 luglio Mussolini fu destituito e arrestato, mentre il nuovo governo guidato dal maresciallo Pietro Badoglio avviò trattative segrete con gli Alleati.

L’armistizio venne firmato il 3 settembre 1943 e reso pubblico l’8 settembre.

L’annuncio dell’armistizio provocò il crollo dell’organizzazione militare italiana. Le unità del Regio Esercito si trovavano infatti disperse in Italia e in numerosi territori occupati, spesso senza ordini chiari riguardo al comportamento da adottare nei confronti delle forze tedesche.

Nei giorni successivi numerosi reparti furono disarmati dai tedeschi e centinaia di migliaia di militari italiani vennero catturati e deportati nei campi di internamento tedeschi. Altri reparti, invece, opposero resistenza.

Il Regio Esercito nel Regno del Sud

Dopo l’armistizio, il Regio Esercito venne ricostituito nel territorio controllato dagli Alleati e dal governo del Regno del Sud. Il 27 settembre 1943 nacquero nuove divisioni dell’esercito regio italiano, tra cui il 1° Raggruppamento Motorizzato, che combatté al fianco degli Alleati contro i tedeschi. Partecipò alla battaglia di Monte Lungo l’8 dicembre 1943, importante soprattutto dal punto di vista simbolico.

Gli internati militari italiani e i gruppi di combattimento

Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, l’esercito regio italiano subì una profonda trasformazione. Molti militari furono catturati dai tedeschi e deportati in Germania come Internati Militari Italiani (IMI), dove furono costretti a vivere in condizioni difficili e a lavorare, spesso rifiutando di collaborare con il regime nazista.

Nel 1944 il Raggruppamento si trasformò nel Corpo Italiano di Liberazione (CIL), che arrivò a circa 25.000 uomini e partecipò alle operazioni alleate lungo la penisola. Nel dicembre 1944 il CIL venne sostituito da cinque Gruppi di Combattimento, impiegati nella fase finale della guerra, equipaggiati in gran parte dagli Alleati e impegnati nella campagna d’Italia.

Tra il 1944 e il 1945 combatterono insieme alle forze alleate sulla Linea Gotica e nell’offensiva finale. Nell’aprile 1945 parteciparono alla liberazione del Nord Italia, mentre il 25 aprile iniziò l’insurrezione generale. La guerra segnò così la fine del Regio Esercito e la nascita di un Nuovo Esercito Italiano, profondamente segnato dall’armistizio e dalla guerra di Liberazione.

La Repubblica: dal Regio Esercito all’Esercito Italiano

La fine della guerra non coincise immediatamente con la fine del Regio Esercito.

Nel 1945 e nei primi mesi del 1946 le forze armate italiane continuarono a essere riorganizzate in un Paese profondamente trasformato dalla guerra. L’esercito doveva essere ricostruito materialmente, ridimensionato negli organici e reinserito nelle nuove istituzioni dello Stato.

Il passaggio decisivo avvenne nel 1946. Il 2 giugno gli italiani furono chiamati a scegliere, attraverso il referendum istituzionale, tra monarchia e repubblica. La vittoria della Repubblica determinò la fine della monarchia sabauda e l‘avvio della nuova Repubblica Italiana.

Con la trasformazione istituzionale dello Stato terminò anche la storia del Regio Esercito come forza armata del Regno d’Italia. La continuità organizzativa e personale non venne però interrotta: l’esercito italiano sarebbe stato ricostruito e progressivamente riorganizzato all’interno della nuova Repubblica. Si chiudeva così una storia durata 85 anni: riflesso delle profonde trasformazioni politiche, sociali, industriali e tecnologiche attraversate dall’Italia tra l’Ottocento e la prima metà del Novecento.

Nel 1946, con la nascita della Repubblica, si aprì una nuova fase: quella dell’Esercito Italiano.